martedì 28 luglio 2015

The Imitation Game


Quest’anno, scorrendo la lista delle pellicole candidate all’Oscar per la categoria Miglior Film, ho subito notato che ce ne erano due dedicati ad altrettante due menti brillanti, Stephen Hawking (La Teoria del Tutto) ed Alan Turing (The Imitation Game).
Per questioni di tempo – per il momento – ho potuto scegliere di vederne solo uno e, condizionata dai ricordi della lettura di un libro sulla crittografia, ho deciso di optare per il secondo (a dire il vero, tali ricordi mi hanno condizionata dal primo momento che ho visto il trailer).
Ricordo che, seppur fossi ancora una bambina, rimasi affascinata da questo mondo di codici segreti, da Enigma e dalla Macchina di Turing ed è con lo stesso entusiasmo che mi sono approcciata alla visione di questo film.





La prima parola che mi viene in mente per descriverlo è compostezza. In tutto: nelle scene, nei dialoghi, nella scenografia, nella musica, persino nel dramma finale, esattamente come il dramma composto degli Apostoli in un quadro rinascimentale che ritrae la Crocifissione.
Non serve urlare per attirare l’attenzione, anzi, ad accompagnare per mano lo spettatore, attraverso le tappe della sua vita, è Turing stesso, impersonato da Sherlock-Benedict Cumberbach.
Dalla sua voce viene spiegato questo gioco delle imitazioni, che trascende dal significato primario, ricollegabile al test di sua invenzione - creato per stabilire se il proprio interlocutore è una macchina o no -, per sublimarsi in quello che Pirandello chiamerebbe un gioco delle parti.
Che senso ha rinnegare ciò che si è, facendo finta di essere altro? Non si può rinnegare di essere se stessi, sia pure con le proprie imperfezioni, i propri difetti, i proprio pregi e le proprie eccellenze. Siamo tutti diversi e, in quanto umani, dovremmo essere tutti in grado di accettare la reciproca diversità.
Già nel terzo secolo, Terenzio affermava: Homo sum. Humani nihil a me alienum puto (Sono un uomo. Nulla di ciò che è umano dovrebbe risultarmi estraneo).
E non è forse così che dovrebbe essere sempre?
La diversità tra esseri umani è un’importante risorsa, forse la più importante di tutte, e, nonostante questo, a volte spaventa e ci rende ciechi alla sua bellezza.
Gli inglesi che hanno condannato l’omosessualità di Turing, dimenticandosi del suo contributo, fondamentale per vincere la guerra e salvare vite umane, sono le icone dei forti che condannano il diverso. Eppure, forti perché? E diverso da chi?
La frase portante del film “Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare...” viene passata come un testimone di personaggio in personaggio – Christopher, Alan, Joan -, come a sottolineare che è questo ciò che deve restare nella mente del pubblico.
Le scene che ritraggono Turing mentre corre, solo, verso l’alba hanno un duplice riferimento: come è noto, è stato anche un grande maratoneta (e qui si potrebbe notare mens san in corpore sano?) e non è troppo difficile capire come fosse avanti rispetto ai suoi contemporanei. Semplicemente, correva troppo veloce per permettere agli altri di seguire il suo passo e di comprenderlo a fondo.
La comunicazione, in tutte le sue forme, è la vera protagonista della storia narrata.
Per Turing, quella tra esseri umani può essere una vera e propria prova di crittografia, viene spesso sottolineato, ogni qualvolta non riesca a comprendere il linguaggio non verbale (ma anche quello verbale) del suo gruppo di studiosi o delle altre persone con cui interagisce.
Ma non credo questo possa risultare del tutto strano, perché a lui, da genio, talvolta sfuggono le convenzioni della società - intesa come gruppo di esseri della stessa specie -, non si può negare che a tutti sarà capitato, almeno una volta, di trovare difficile l’interpretazione di qualche atteggiamento di altri.
Perché capire a fondo la mente umana di un altro uomo (ma anche la propria, a volte) è una sfida tra le più difficili.
A prescindere dalla veridicità del fatto che il suo rapporto con Joan sia stato romanzato o meno, si può dire che, guardando il tutto nell’insieme, resta un bellissimo esempio di amicizia, prima di tutto: si accettano entrambi per quello che sono, senza pregiudizi e senza reputarsi vicendevolmente strani. Sono due persone che mettono al primo posto l’affinità elettiva dell’intelletto, portando in secondo piano tutto quello che è superfluo o inutile e Keira Knightely (per quanto non rientri tra le mie attrici preferite) riesce bene nel suo ruolo, risultando abbastanza convincente e spigliata.
La scena finale, che mostra il gruppo che brucia il frutto del suo duro lavoro per ragioni di sicurezza, viene accompagnata dalle note finali, pregne di grande amarezza: Alan Turing è stato riabilitato solo il 24 dicembre 2013, esattamente dopo cinquantanove anni il suo suicidio, indotto dall’oltraggiosa condanna che gli inflisse il tribunale britannico.
Una triste storia che ci ricorda molto la riabilitazione che Papa Giovanni Paolo II ha elargito a Galileo Galilei, dopo circa quattrocento anni di ingiustificato tabù.
In ultimo, vorrei spendere due parole sulla colonna sonora: delicata e leggera nella sua drammaticità, riesce ad accompagnare bene le (molte) scene dal tono cupo e inframmezzate da (pochi) tocchi di luce. Come a dire che vivere nell’ignoranza del rifiuto del nuovo, del diverso, di ciò che non riusciamo (vogliamo) capire è sempre pari a vivere nel buio e, se dovessimo avere la fortuna di incontrare la luce, non dovremmo esitare a darle il benvenuto.
 

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